Catastrofizzazione: cos’è e perchè dovremmo prenderla in considerazione


In questo articolo voglio parlarti di uno degli aspetti legati al dolore cronico che molto spesso viene sottovalutato e del perché è importante nel processo riabilitativo. La paura.

Siamo animali emozionali, le emozioni guidano la maggior parte delle azioni che compiamo e che “non compiamo”. John Leach, psicologo dell’Università di Portsmouth, studioso del comportamento in situazioni di emergenza, ha stimato che durante una situazione fortemente rischiosa il 75% delle persone è incapace di pensare in maniera razionale, restando letteralmente bloccato dalla paura.

Si, perché la paura può bloccare. Può bloccare il pensiero. Può bloccare il movimento.

Cosa intendiamo per paura? E’ una reazione emozionale ad una minaccia immediata, identificabile e specifica, potremmo pensare ad essa come ad un meccanismo di difesa dell’organismo verso qualcosa che potrebbe essere dannoso.

Ti starai chiedendo, adesso, cosa ha a che fare la paura con funzione e disabilità. Faccio subito un parallelo con un altro meccanismo che conosciamo bene: il dolore.

Anche il dolore può essere identificato come un meccanismo di difesa, che ci protegge da un danno reale o potenziale.

Modello Fear-Avoidance

Esiste un modello, il Fear-Avoidance Model, che ha cercato di spiegare la relazione che  esiste tra questi due meccanismi e la probabilità di sviluppare disabilità e dolore nel lungo termine.

A guardarlo cosi, come tutti i modelli che parlano di qualcosa di poco tangibile come i pensieri e le emozioni di un individuo, non sembra possa aggiungere molto alla nostra pratica di fisioterapisti. Noi lavoriamo con muscoli, tendini, ossa e articolazioni. Al massimo, se non si trova la causa del dolore, possiamo sempre dire che l’individuo “somatizza” troppo lo stress. La causa più inflazionata dei mali dell’uomo dopo il peccato originale…

Però, questo modello spesso ha un volto. Ti faccio un breve esempio.

Viene da voi in studio Michele, 53 anni, impiegato. Ha iniziato a sentire un po’ di mal di schiena quando, 2 settimane fa, facendo giardinaggio ha spostato un grosso vaso. All’inizio non ha sentito dolore ma la sera faceva fatica a stare diritto e la mattina dopo si è svegliato con un forte dolore alla schiena che lo ha bloccato a casa. Adesso il dolore va un po’ meglio ma ha paura che ci sia qualcosa di “rotto”. Il suo dottore ha suggerito una risonanza magnetica e gli ha detto di prendersi qualche giorno di riposo dal lavoro e di evitare di piegare la schiena e di fare grossi sforzi.

Suo padre, contadino ormai in pensione,  circa 15 anni fa ha dovuto subire un intervento di fusione vertebrale per mal di schiena persistenti. Anche dopo l’intervento però le cose sono andate in maniera piuttosto simile se non peggio.

Procedete con il vostro esame, arrivate al punto in cui chiedete a Michele di flettersi in avanti per valutare ROM e qualità del movimento a livello lombare. Si piega di pochissimi gradi, le dita delle mani non arrivano neanche alle ginocchia. Riferisce di sentire una sensazione di fastidio, ha paura di sentire dolore, ha paura di farsi più male, che se c’è qualcosa di rotto si possa rompere più di quanto lo sia già. Ci chiede cosa possiamo fare per farlo stare meglio.

Lo trattiamo, magari un massaggio, una Tecar e un po di kinesiotape alla fine. Gli raccomandiamo di non fare grossi sforzi, di migliorare la postura stando dritto e di riprendere l’attività in maniera graduale.

Michele torna a casa, sente ancora un po’ di dolore ma va meglio, pensa che essendo un po’ più attento alla postura, evitando di stare troppo piegato ed evitando attività provocative starà presto meglio.

Però Michele è un impiegato, passa 9/10 ore seduto ad una scrivania. Il suo dolore non sparisce anzi, rimane costante, a livelli bassi, sempre presente. Lo tiene sempre su chi va la, ha paura di piegarsi, ha paura di prendere in braccio suo figlio per giocare. Comincia a pensare che probabilmente farà la fine di suo padre. Va da un ortopedico, poi da un neurologo, poi vede un’osteopata e infine torna da voi. Dolorante, confuso e spaventato.

Il potere delle parole

Questo è un quadro esagerato, catastrofico quasi. Eppure è molto comune.

Ora, riguardando l’immagine del modello fear-avoidance cerchiamo di capire dove avremmo potuto agire diversamente. Quando Michele era in studio da noi ci ha chiesto cosa potevamo fare per farlo stare meglio.

In questo caso la parola giusta è RASSICURARE, parlargli.

Tutto qui? Tutto qui, semplice!

La semplicità è l’ultima sofisticazione.

Leonardo Da Vinci

So già cosa stai pensando, sembra troppo facile. Ma dire che sia semplice non vuol dire che sia facile. Come fare? Spiegandogli la situazione, l’evoluzione del mal di schiena, la capacità del corpo di adattarsi e di sopportare, la necessità del movimento, rispondendo ai suoi dubbi. Magari in aggiunta mostrare movimenti, guidando con le mani, facendo sperimentare in una situazione di sicurezza.

Fornendogli gli strumenti necessari per affrontare le sue ansie e paure lo avremmo aiutato a confrontare l’esperienza dolorosa in maniera diversa, dando al corpo modo di recuperare.

E’ facile liberare qualcuno dalla paura? Non lo è, come non è facile educare, rassicurare e dare consigli.

Probabilmente è molto più facile giocare con qualche vertebra, spingere un bottone e passare un manipolo. Però questo è un lavoro che anche un meccanico può fare.

Io ho scelto di fare questa professione per essere al servizio dell’altro. E voglio prendere la strada più difficile.

Tu che strada scegli? Choose smart!

Giuseppe.

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