Era il 1977 quando George Engel introdusse il modello biopsicosociale in medicina, contrapponendosi alla visione biomedica che riduceva lo stato di salute della persona a quello dei suoi organi e tessuti. Da allora diversi passi in avanti sono stati compiuti in fisioterapia, specie sotto il punto di vista della scienza del dolore. Oggi siamo sempre più bombardati da informazioni che ci ricordano che dolore non è sinonimo di danno, che la mente gioca un ruolo fondamentale nella percezione del dolore e un approccio focalizzato solo sui tessuti non ha buoni risultati nel medio e lungo termine.
Ma quanto di questo si traduce nella pratica clinica? Quanti pazienti realmente riescono a capire le informazioni che diamo loro (se le comunichiamo nel modo corretto)? Quanto abbiamo modificato del nostro modo di lavorare in più di 30 anni di modello BPS in fisioterapia?
Fermiamoci per un secondo a pensare a quello che facciamo: ogni giorno lavoriamo con delle PERSONE, ESSERI UMANI, un universo di complessità, difficilmente riducibile ad un cervello chiuso in una scatola (cranica) che guida un robot di ossa, nervi e muscoli che interagisce con altri robocervelli.

Ogni tentativo di semplificare la realtà con un modello è di per se fallibile, eppure la scienza procede proprio per prove ed errori, rivedendo i suoi modelli più e più volte.
In questi anni si sono sviluppati diversi approcci, alcuni si sono concentrati sul trovare la struttura anatomica fonte di tutti i mali del mondo, altri hanno abbandonato l’idea di curare il corpo, nei casi di dolore cronico, per dedicarsi ai problemi del software. Ma non è cosi semplice. Non c’è l’uno senza l’altro. Come nelle filosofie orientali si cerca di superare il dualismo noi dovremmo superare il “trialismo” di guardare un individuo e considerarlo secondo i suoi aspetti bio-psico-sociale. Altrimenti saremo vittime di un percorso di iperspecializzazione in campi sempre più di nicchia della riabilitazione dimenticando il punto di partenza fondamentale, la persona che ci sta di fronte e ci chiede aiuto.
Cosa fa di un fisioterapista un buon fisioterapista secondo me? Non è solo la manualità, non è la mera conoscenza dei protocolli ne gli anni di esperienza. Quello che può fare di noi dei bravi fisioterapisti è quello che sta alla base dei nostri rapporti, l’empatia, la capacità di comunicare, la voglia di aiutare gli altri.
Quello che ha fatto Engel con il modello biopsicosociale è stato ricordare a tutti che li dall’altra parte c’è una persona, che il ruolo del clinico è quello di farsi prossimo. Clinico deriva dal greco klinikòs che significa “che si fa presso il letto”. Questa vicinanza sottolinea l’importanza di puntare su quelle qualità che ci rendono umani e soprattutto “esseri umani migliori”.
Queste sono alcune riflessioni personali, frutto anche dei giorni che abbiamo vissuto e che stiamo vivendo. Non lasciamo che gli eventi ci lascino come ci hanno trovati ma facciamo in modo di custodire gli insegnamenti della storia per crescere insieme come individui e come professione.
Be human, be smart!
Giuseppe
